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Sottotitolo: SPAGNOLO

Totale: 150

Myth of the cave (Mito de la cueva)

Un uomo stanco della vita tenta il suicidio ma trova le risposte alle proprie inquietudini quando incontra un eremita che vive nel bosco.Basato sulla filosofia di Platone: i personaggi di questo dramma imparano che le esperienza della vita vengono filtrate dalla percezione individuale.Regia: Julio Ponce PalmieriSoggetto: Julio Ponce PalmieriFotografia: Richard FianderMontaggio: Julio Ponce PalmieriMusica: Julio Ponce PalmieriInterpreti: Shaun Taylor e Phil MacFaddenProduttore: Julio Ponce PalmieriProduzione: Quetzal ProductionsAnno di produzione: 2008Per informazioni o acquisto del video scrivere a: festivalatino@gmail.com
Visita il sito:
www.cinelatinotrieste.org

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Entre el fuego y el agua

Dal principio della storia del mondo e dell'umanità, il rispetto della terra, dell'acqua, dell'aria e del fuoco, i quattro elementi fondamentali del pianeta, è di estrema importanza per la vita armoniosa degli uomini. Oggi, popolata da più di 20 milioni di abitanti, Città del Messico è una delle maggiori megalopoli del mondo. Essendo circondata da vulcani attivi, squassata da frequenti terremoti, con le ampie zone secche e i fiumi sepolti, si troverà "fra il fuoco e l'acqua", sottoposta ad un rischio globale di esplosione, di stress idrico, di inondazione, di asfissia, di violenze varie, nonostante i grandi sforzi che si compiono e che fanno sì che tutto funzioni più o meno. Oggi, la gestione dell'acqua è centrale per Città del Messico e per tutto il mondo. Il nostro proposito in questo film è dimostrare come la sostenibilità di Città del Messico progredisca piano piano, come piano piano si può arginare il problema dell'acqua grazie alla coscienza di una gestione equilibrata dei quattro elementi del mondo.Presenteremo alcuni risultati importanti già ottenuti e le prospettive in fieri per insegnare alla gente a pensare e ed operare.Regia: Dominique De CourcellesSceneggiatura: Dominique De CourcellesFotografia: Fabián CorderoMontaggio: Jaime Abdel AmpudiaMusica: Eblen MacariInterpreti: Eblen MacariProduttore: Fernando BenítezProduzione: Ilusion FilmsAnno di produzione: 2008Per informazioni o acquisto del video scrivere a festivalatino@gmail.com
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www.cinelatinotrieste.org

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III. CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito: Morte di un guerrigliero

Versione con sottotitoli in spagnolo
CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito. PARTE III: Morte di un guerrigliero di Roberto Savio

Riprese filmate di Franco Lazzaretti e di Giorgio Attenni, Antonio Eguino, Aldo Scarpa.
Hanno collaborato: Danilo Baroncini, Dina Nascetti, Epedocle Maffia.
Montaggio di Luciano Benedetti.
Documentario inedito in tre parti realizzato da Roberto Savio (giornalista, corrispondente della RAI per l'America Latina) nel 1972. Un'inchiesta sul Che con intervista al soldato che lo uccise.

Parte I - Nascita di un guerrigliero
Parte II - Le cause del fallimento
Parte III - Morte di un guerrigliero

Cortesia di Roberto Savio


Questo servizio sul Che, ci permette di ascoltare persone che non é più possibile intervistare. Molti come Salvador Allende, sono morti poco dopo. Vi è l'unica intervista che ha rilasciato il Segretario Generale del partito Comunista Boliviano, Mario Monje, che nomn aveva mai risposto agli attacchi ricevuti da parte di Cuba e di Fidel C astro; così come l'unica intervista al contadino che delatò il Che alle truppe boliviane, e del sergente che l'ha ucciso nella scuola della Higuera dove il Che si trovava ferito.

Questa è la versione originale della lunga inchiesta sul Che Guevara, realizzata nel 1972 e che finì di montare nei primi mesi del 1973. Il documentario non è mai stato trasmesso. La RAI, dove ero il direttore dei servizi giornalistici per L'America Latina, lo considerò politicamente inopportuno.

L'allora direttore dei servizi giornalistici, Willy De Luca, quando finí di visualizzare sulla moviola il montaggio finale mi disse: Roberto, questo servizio non fa piacere ai cubani, non fa piacere ai sovietici, non fa piacere agli americani. A chi serve?
Il mio capo diretto, Sergio Zavoli, che era venuto nel mio ufficio tutti i giorni durante due mesi di lavoro di montaggio, e non aveva mai detto una sola parola contraria disse: "Willy, sono totalmente d'accordo con te. Non l'avevo mai visto".
Morale della favola: sarebbe stato meglio lasciare da parte per un po' di tempo questo enorme lavoro giornalistico. Ma mi dettero come premio un viaggio di un mese nel luogo del mondo che scegliessi, con tutte le spese a carico della RAI.

E fu così che partii per il Giappone, dove ricevetti un telegramma dal montatore Luciano Benedetti, (all'epoca non c'era il fax e molto meno l' internet), nel quale mi informava che de Luca e Zavoli stavano rimontando l'inchiesta. Mandai una telegramma, avvertendo che, anche se il materiale apparteneva alla RAI, non doveva essere firmato con il mio nome. Al che Zavoli rispose che la qualità del materiale non li esimeva dalle loro responsabilità.

Ritornato in Italia, feci una dichiarazione ai critici televisisi, indicando che non avevo visto la trasmissione italiana firmato con il mio nome ( con una durata molto ridotta ) e che non avevo nessuna opinione su di essa. Volevo solo lasciare in chiaro che non era di mia responsabilità.

Questo suscitò un grande scandalo. De Luca mi convocò per dirmi che io ero allo stipendio dalla RAI, e che quindi potevano disporre della mia firma. Non accettai questa tesi, litigammo e fui destituito come direttore dei servizi per l'America latina. Mi destituirono dal mio incarico, e mi misero a disposizione della RAI, lasciandomi in attesa a casa. Avevo un certo prestigio come giornalista. Poco prima, nel 1970 avevo vinto il premio St. Vincent, equivalente al premio nazionale di Giornalismo, proprio con una serie di servizi sull'America Latina. Ero quindi considerato parte del sistema, ed era quindi da aspettarsi che fossi richiamato a farne parte, prima o dopo.Magari da qualche altra direzione della RAI...

Ed ecco che pochi mesi dopo, in una delle tante riorganizzazioni della RAI, che venivano fatte con ogni cambio di governo in Italia, Willy De Luca passò ad essere Direttore Generale e Sergio Zavoli Presidente. Con questo cambio di direzione mi arrivò una lettera di licenziamento. Feci causa, ed il Tribunale condannò la RAI a pagarmi un risarcimento e ad essere restituito nella mia carica. Presi il risarcimento e poi seguii il mio cammino, che era quello di creare strutture per un giornalismo alternativo al sistema commerciale.

Mentre De Luca e Zavoli rimontavano l'inchiesta della inchiesta, riducendola da tre puntate a due, cestinavano tutto il girato, con il quale io il materiale con il quale io pensavo fare due altri servizi. Fu un grande spreco, perché si trattava di un materiale sul ruolo della CIA in America Latina ed una buona quantità di interviste uniche. Ma ho avuto la fortuna che il montatore rubò una copia di lavoro della versione spagnola, che non sapevano stessi montando allo stesso tempo. Ormai posso rivelarlo....

Questa è la copia di lavoro e che ora compie 42 anni, e che potrete vedere. Da essa si doveva ottenere la copia finale, ben rifinita, cosa che non è stato possibile fare. Essendo di bassa qualità, sará necessaria una gran pazienza e certa immaginazione....Se il documentario fosse uscito allora, credo che avrebbe avuto molto impatto, anche perché molto poco è stato aggiunto da allora sul Che....
La inchiesta sul Che, "inchiesta su un mito", è divisa in tre parti. Le prime due sono di un'ora e la terza di 76 minuti. Sono tre parti, concepite e realizzate in modo diverso... La prima, il viaggio del Che sino al suo arrivo in Cuba, è una tipica inchiesta di ricostruzione storica. La seconda è un classico servizio giornalistico sulla morte del Che. Nel 1972, la posizione ufficiale boliviana era che il Che fosse morto in azione, e questo lavoro fu il primo a smentirla. La versione trasmessa dalla RAI lasciò passare quel messaggio.

La terza puntata, che è la più importante, venne elaborata come uno spazio di scoperta e di riflessione, una formula giornalistica che a in quel momento era una gran novità. Come era una novità che il giornalista sparisse, ed il pubblico fosse il diretto destinatario degli intervistati.
Ovviamente, da allora il linguaggio televisivo è totalmente diverso. È il tempo della narrazione che è totalmente cambiato. Oggi sarebbe impensabile fare interviste di più di cinque minuti. Il sogno dell'intervistatore adesso è quello di ottenere una risposta più corta della sua domanda. Twitter, Facebook, Whatsapp, e gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno portato nuovi ritmi e nuove formule di linguaggio. Ma certamente, non hanno aiutato all'analisi ed alla contestualizzazione.
Anche se incontrai il Che, l'inchiesta è stata costruita presentando il Che attraverso coloro che l'hanno conosciuto, dalla sua guardia del corpo che complottava per ucciderlo, fino al contadino che lo denuncia ed al sergente che pone fine alla sua vita. In questi servizi, il giornalista, volutamente scompare dallo schermo e fa solo domande, le stesse che avrebbe fatto lo spettatore, che cosi' si sente in dialogo diretto con la realtà.
Il mondo è profondamente cambiato dal 1973, ma le ragioni del Che per cercare di fermare il cammino della coesistenza pacifica, diventano oggi più evidenti. Al di la della razionalità e del realismo del cammino che lo porta a morire in una piccola scuola di un paesino delle Ande Boliviane, non c'è dubbio che stiamo andando verso impressionanti livelli di disuguaglianza sociale ed un sistema finanziario senza controlli.
Secondo Oxfam, nel 2025, l' Inghilterra ritornerà agli stessi livelli di ingiustizia sociale dei tempi della regina Vittoria. A quell'epoca un filosofo sconosciuto, Karl Marx, scriveva nella biblioteca del British Museum le sue denunce contro lo sfruttamento di donne e bambini... Possiamo considerare folle ed avventuristico il cammino del Che, ma dobbiamo rispettare la sua forma di sacrificio personale. Ernesto Guevara era convinto se si fosse posto fine al cammino dello scontro con capitalismo, il risultato sicuro sarebbe stato il ritorno ad un epoca di sfruttamento e di ingiustizie.

La visione di questa inchiesta permetterà di vedere ? alle vittime disposte ad investire più di tre ore per vedere un materiale di cattiva qualità ? un mondo diverso. Un mondo del quale la politica significava idee e visioni, non efficienza amministrativa. Nella quale c'era gente disposta a morire per i suoi ideali, per sbagliati che fossero. Un mondo nel quale "giustizia sociale" e "solidarietà" erano parte del linguaggio politico, oggi invece eliminati. Un mondo nel quale i cittadini credevano che il cambio fosse possibile, e coloro che lo chiedevano, pensavano che i difensori dello status quo si reggevano solo grazie all'uso delle armi.

Oggi, purtroppo, lo status quo non ha più bisogno delle armi. È la che controlla lo status quo, l'arma più terribile della conservazione. È la mancanza di una politica di valori e di visione, che mantiene lo status quo. Viviamo In un mondo dove si spende di più in pubblicità per persona che in educazione,e dove il mercato è diventata il suo riferimento, non l'uomo.
Credo che alla fine della inchiesta scopriremo che dentro di ognuno di noi c'è un piccolo Che...E che la utopia non muore mai, dentro di noi... occorre solo svegliarla...

Roberto Savio

II. CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito: Le cause del fallimento

Versione con sottotitoli in spagnolo
CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito. PARTE II: Le cause del fallimento di Roberto Savio

Riprese filmate di Franco Lazzaretti e di Giorgio Attenni, Antonio Eguino, Aldo Scarpa.
Hanno collaborato: Danilo Baroncini, Dina Nascetti, Empedocle Maffia.
Montaggio di Luciano Benedetti.
Documentario inedito in tre parti realizzato da Roberto Savio (giornalista, corrispondente della RAI per l'America Latina) nel 1972.
Un'inchiesta sul Che con intervista al soldato che lo uccise.

Parte I - Nascita di un guerrigliero
Parte II - Le cause del fallimento
Parte III - Morte di un guerrigliero
Cortesia di Roberto Savio

Questo servizio sul Che, ci permette di ascoltare persone che non é più possibile intervistare. Molti come Salvador Allende, sono morti poco dopo. Vi è l'unica intervista che ha rilasciato il Segretario Generale del partito Comunista Boliviano, Mario Monje, che nomn aveva mai risposto agli attacchi ricevuti da parte di Cuba e di Fidel C astro; così come l'unica intervista al contadino che delatò il Che alle truppe boliviane, e del sergente che l'ha ucciso nella scuola della Higuera dove il Che si trovava ferito.

Questa è la versione originale della lunga inchiesta sul Che Guevara, realizzata nel 1972 e che finì di montare nei primi mesi del 1973. Il documentario non è mai stato trasmesso. La RAI, dove ero il direttore dei servizi giornalistici per L'America Latina, lo considerò politicamente inopportuno.

L'allora direttore dei servizi giornalistici, Willy De Luca, quando finí di visualizzare sulla moviola il montaggio finale mi disse: Roberto, questo servizio non fa piacere ai cubani, non fa piacere ai sovietici, non fa piacere agli americani. A chi serve?
Il mio capo diretto, Sergio Zavoli, che era venuto nel mio ufficio tutti i giorni durante due mesi di lavoro di montaggio, e non aveva mai detto una sola parola contraria disse: "Willy, sono totalmente d'accordo con te. Non l'avevo mai visto".
Morale della favola: sarebbe stato meglio lasciare da parte per un po' di tempo questo enorme lavoro giornalistico. Ma mi dettero come premio un viaggio di un mese nel luogo del mondo che scegliessi, con tutte le spese a carico della RAI.

E fu così che partii per il Giappone, dove ricevetti un telegramma dal montatore Luciano Benedetti, (all'epoca non c'era il fax e molto meno l' internet), nel quale mi informava che de Luca e Zavoli stavano rimontando l'inchiesta. Mandai una telegramma, avvertendo che, anche se il materiale apparteneva alla RAI, non doveva essere firmato con il mio nome. Al che Zavoli rispose che la qualità del materiale non li esimeva dalle loro responsabilità.

Ritornato in Italia, feci una dichiarazione ai critici televisisi, indicando che non avevo visto la trasmissione italiana firmato con il mio nome ( con una durata molto ridotta ) e che non avevo nessuna opinione su di essa. Volevo solo lasciare in chiaro che non era di mia responsabilità.

Questo suscitò un grande scandalo. De Luca mi convocò per dirmi che io ero allo stipendio dalla RAI, e che quindi potevano disporre della mia firma. Non accettai questa tesi, litigammo e fui destituito come direttore dei servizi per l'America latina. Mi destituirono dal mio incarico, e mi misero a disposizione della RAI, lasciandomi in attesa a casa. Avevo un certo prestigio come giornalista. Poco prima, nel 1970 avevo vinto il premio St. Vincent, equivalente al premio nazionale di Giornalismo, proprio con una serie di servizi sull'America Latina. Ero quindi considerato parte del sistema, ed era quindi da aspettarsi che fossi richiamato a farne parte, prima o dopo.Magari da qualche altra direzione della RAI...

Ed ecco che pochi mesi dopo, in una delle tante riorganizzazioni della RAI, che venivano fatte con ogni cambio di governo in Italia, Willy De Luca passò ad essere Direttore Generale e Sergio Zavoli Presidente. Con questo cambio di direzione mi arrivò una lettera di licenziamento. Feci causa, ed il Tribunale condannò la RAI a pagarmi un risarcimento e ad essere restituito nella mia carica. Presi il risarcimento e poi seguii il mio cammino, che era quello di creare strutture per un giornalismo alternativo al sistema commerciale.

Mentre De Luca e Zavoli rimontavano l'inchiesta della inchiesta, riducendola da tre puntate a due, cestinavano tutto il girato, con il quale io il materiale con il quale io pensavo fare due altri servizi. Fu un grande spreco, perché si trattava di un materiale sul ruolo della CIA in America Latina ed una buona quantità di interviste uniche. Ma ho avuto la fortuna che il montatore rubò una copia di lavoro della versione spagnola, che non sapevano stessi montando allo stesso tempo. Ormai posso rivelarlo....

Questa è la copia di lavoro e che ora compie 42 anni, e che potrete vedere. Da essa si doveva ottenere la copia finale, ben rifinita, cosa che non è stato possibile fare. Essendo di bassa qualità, sará necessaria una gran pazienza e certa immaginazione....Se il documentario fosse uscito allora, credo che avrebbe avuto molto impatto, anche perché molto poco è stato aggiunto da allora sul Che....
La inchiesta sul Che, "inchiesta su un mito", è divisa in tre parti. Le prime due sono di un'ora e la terza di 76 minuti. Sono tre parti, concepite e realizzate in modo diverso... La prima, il viaggio del Che sino al suo arrivo in Cuba, è una tipica inchiesta di ricostruzione storica. La seconda è un classico servizio giornalistico sulla morte del Che. Nel 1972, la posizione ufficiale boliviana era che il Che fosse morto in azione, e questo lavoro fu il primo a smentirla. La versione trasmessa dalla RAI lasciò passare quel messaggio.

La terza puntata, che è la più importante, venne elaborata come uno spazio di scoperta e di riflessione, una formula giornalistica che a in quel momento era una gran novità. Come era una novità che il giornalista sparisse, ed il pubblico fosse il diretto destinatario degli intervistati.
Ovviamente, da allora il linguaggio televisivo è totalmente diverso. È il tempo della narrazione che è totalmente cambiato. Oggi sarebbe impensabile fare interviste di più di cinque minuti. Il sogno dell'intervistatore adesso è quello di ottenere una risposta più corta della sua domanda. Twitter, Facebook, Whatsapp, e gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno portato nuovi ritmi e nuove formule di linguaggio. Ma certamente, non hanno aiutato all'analisi ed alla contestualizzazione.
Anche se incontrai il Che, l'inchiesta è stata costruita presentando il Che attraverso coloro che l'hanno conosciuto, dalla sua guardia del corpo che complottava per ucciderlo, fino al contadino che lo denuncia ed al sergente che pone fine alla sua vita. In questi servizi, il giornalista, volutamente scompare dallo schermo e fa solo domande, le stesse che avrebbe fatto lo spettatore, che cosi' si sente in dialogo diretto con la realtà.
Il mondo è profondamente cambiato dal 1973, ma le ragioni del Che per cercare di fermare il cammino della coesistenza pacifica, diventano oggi più evidenti. Al di la della razionalità e del realismo del cammino che lo porta a morire in una piccola scuola di un paesino delle Ande Boliviane, non c'è dubbio che stiamo andando verso impressionanti livelli di disuguaglianza sociale ed un sistema finanziario senza controlli.
Secondo Oxfam, nel 2025, l' Inghilterra ritornerà agli stessi livelli di ingiustizia sociale dei tempi della regina Vittoria. A quell'epoca un filosofo sconosciuto, Karl Marx, scriveva nella biblioteca del British Museum le sue denunce contro lo sfruttamento di donne e bambini... Possiamo considerare folle ed avventuristico il cammino del Che, ma dobbiamo rispettare la sua forma di sacrificio personale. Ernesto Guevara era convinto se si fosse posto fine al cammino dello scontro con capitalismo, il risultato sicuro sarebbe stato il ritorno ad un epoca di sfruttamento e di ingiustizie.

La visione di questa inchiesta permetterà di vedere ? alle vittime disposte ad investire più di tre ore per vedere un materiale di cattiva qualità ? un mondo diverso. Un mondo del quale la politica significava idee e visioni, non efficienza amministrativa. Nella quale c'era gente disposta a morire per i suoi ideali, per sbagliati che fossero. Un mondo nel quale "giustizia sociale" e "solidarietà" erano parte del linguaggio politico, oggi invece eliminati. Un mondo nel quale i cittadini credevano che il cambio fosse possibile, e coloro che lo chiedevano, pensavano che i difensori dello status quo si reggevano solo grazie all'uso delle armi.

Oggi, purtroppo, lo status quo non ha più bisogno delle armi. È la che controlla lo status quo, l'arma più terribile della conservazione. È la mancanza di una politica di valori e di visione, che mantiene lo status quo. Viviamo In un mondo dove si spende di più in pubblicità per persona che in educazione,e dove il mercato è diventata il suo riferimento, non l'uomo.
Credo che alla fine della inchiesta scopriremo che dentro di ognuno di noi c'è un piccolo Che...E che la utopia non muore mai, dentro di noi... occorre solo svegliarla...

Roberto Savio

I. CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito: Nascita di un guerrigliero

Versione con sottotitoli in spagnolo
CHE GUEVARA - Inchiesta su un mito. PARTE I: Nascita di un guerrigliero di Roberto Savio.

Riprese filmate di Franco Lazzaretti e di Giorgio Attenni, Antonio Eguino, Aldo Scarpa.
Hanno collaborato: Danilo Baroncini, Dina Nascetti, Empedocle Maffia.
Montaggio di Luciano Benedetti.
Documentario inedito in tre parti realizzato da Roberto Savio (giornalista, corrispondente della RAI per l'America Latina) nel 1972.

Parte I - Nascita di un guerrigliero

Parte II - Le cause del fallimento

Parte III - Morte di un guerrigliero


Cortesia di Roberto Savio

Questo servizio sul Che, ci permette di ascoltare persone che non é più possibile intervistare. Molti come Salvador Allende, sono morti poco dopo. Vi è l'unica intervista che ha rilasciato il Segretario Generale del partito Comunista Boliviano, Mario Monje, che nomn aveva mai risposto agli attacchi ricevuti da parte di Cuba e di Fidel C astro; così come l'unica intervista al contadino che delatò il Che alle truppe boliviane, e del sergente che l'ha ucciso nella scuola della Higuera dove il Che si trovava ferito.

Questa è la versione originale della lunga inchiesta sul Che Guevara, realizzata nel 1972 e che finì di montare nei primi mesi del 1973. Il documentario non è mai stato trasmesso. La RAI, dove ero il direttore dei servizi giornalistici per L'America Latina, lo considerò politicamente inopportuno.

L'allora direttore dei servizi giornalistici, Willy De Luca, quando finí di visualizzare sulla moviola il montaggio finale mi disse: Roberto, questo servizio non fa piacere ai cubani, non fa piacere ai sovietici, non fa piacere agli americani. A chi serve?
Il mio capo diretto, Sergio Zavoli, che era venuto nel mio ufficio tutti i giorni durante due mesi di lavoro di montaggio, e non aveva mai detto una sola parola contraria disse: "Willy, sono totalmente d'accordo con te. Non l'avevo mai visto".
Morale della favola: sarebbe stato meglio lasciare da parte per un po' di tempo questo enorme lavoro giornalistico. Ma mi dettero come premio un viaggio di un mese nel luogo del mondo che scegliessi, con tutte le spese a carico della RAI.

E fu così che partii per il Giappone, dove ricevetti un telegramma dal montatore Luciano Benedetti, (all'epoca non c'era il fax e molto meno l' internet), nel quale mi informava che de Luca e Zavoli stavano rimontando l'inchiesta. Mandai una telegramma, avvertendo che, anche se il materiale apparteneva alla RAI, non doveva essere firmato con il mio nome. Al che Zavoli rispose che la qualità del materiale non li esimeva dalle loro responsabilità.

Ritornato in Italia, feci una dichiarazione ai critici televisisi, indicando che non avevo visto la trasmissione italiana firmato con il mio nome ( con una durata molto ridotta ) e che non avevo nessuna opinione su di essa. Volevo solo lasciare in chiaro che non era di mia responsabilità.

Questo suscitò un grande scandalo. De Luca mi convocò per dirmi che io ero allo stipendio dalla RAI, e che quindi potevano disporre della mia firma. Non accettai questa tesi, litigammo e fui destituito come direttore dei servizi per l'America latina. Mi destituirono dal mio incarico, e mi misero a disposizione della RAI, lasciandomi in attesa a casa. Avevo un certo prestigio come giornalista. Poco prima, nel 1970 avevo vinto il premio St. Vincent, equivalente al premio nazionale di Giornalismo, proprio con una serie di servizi sull'America Latina. Ero quindi considerato parte del sistema, ed era quindi da aspettarsi che fossi richiamato a farne parte, prima o dopo.Magari da qualche altra direzione della RAI...

Ed ecco che pochi mesi dopo, in una delle tante riorganizzazioni della RAI, che venivano fatte con ogni cambio di governo in Italia, Willy De Luca passò ad essere Direttore Generale e Sergio Zavoli Presidente. Con questo cambio di direzione mi arrivò una lettera di licenziamento. Feci causa, ed il Tribunale condannò la RAI a pagarmi un risarcimento e ad essere restituito nella mia carica. Presi il risarcimento e poi seguii il mio cammino, che era quello di creare strutture per un giornalismo alternativo al sistema commerciale.

Mentre De Luca e Zavoli rimontavano l'inchiesta della inchiesta, riducendola da tre puntate a due, cestinavano tutto il girato, con il quale io il materiale con il quale io pensavo fare due altri servizi. Fu un grande spreco, perché si trattava di un materiale sul ruolo della CIA in America Latina ed una buona quantità di interviste uniche. Ma ho avuto la fortuna che il montatore rubò una copia di lavoro della versione spagnola, che non sapevano stessi montando allo stesso tempo. Ormai posso rivelarlo....

Questa è la copia di lavoro e che ora compie 42 anni, e che potrete vedere. Da essa si doveva ottenere la copia finale, ben rifinita, cosa che non è stato possibile fare. Essendo di bassa qualità, sará necessaria una gran pazienza e certa immaginazione....Se il documentario fosse uscito allora, credo che avrebbe avuto molto impatto, anche perché molto poco è stato aggiunto da allora sul Che....
La inchiesta sul Che, "inchiesta su un mito", è divisa in tre parti. Le prime due sono di un'ora e la terza di 76 minuti. Sono tre parti, concepite e realizzate in modo diverso... La prima, il viaggio del Che sino al suo arrivo in Cuba, è una tipica inchiesta di ricostruzione storica. La seconda è un classico servizio giornalistico sulla morte del Che. Nel 1972, la posizione ufficiale boliviana era che il Che fosse morto in azione, e questo lavoro fu il primo a smentirla. La versione trasmessa dalla RAI lasciò passare quel messaggio.

La terza puntata, che è la più importante, venne elaborata come uno spazio di scoperta e di riflessione, una formula giornalistica che a in quel momento era una gran novità. Come era una novità che il giornalista sparisse, ed il pubblico fosse il diretto destinatario degli intervistati.
Ovviamente, da allora il linguaggio televisivo è totalmente diverso. È il tempo della narrazione che è totalmente cambiato. Oggi sarebbe impensabile fare interviste di più di cinque minuti. Il sogno dell'intervistatore adesso è quello di ottenere una risposta più corta della sua domanda. Twitter, Facebook, Whatsapp, e gli altri mezzi di comunicazione di massa, hanno portato nuovi ritmi e nuove formule di linguaggio. Ma certamente, non hanno aiutato all'analisi ed alla contestualizzazione.
Anche se incontrai il Che, l'inchiesta è stata costruita presentando il Che attraverso coloro che l'hanno conosciuto, dalla sua guardia del corpo che complottava per ucciderlo, fino al contadino che lo denuncia ed al sergente che pone fine alla sua vita. In questi servizi, il giornalista, volutamente scompare dallo schermo e fa solo domande, le stesse che avrebbe fatto lo spettatore, che cosi' si sente in dialogo diretto con la realtà.
Il mondo è profondamente cambiato dal 1973, ma le ragioni del Che per cercare di fermare il cammino della coesistenza pacifica, diventano oggi più evidenti. Al di la della razionalità e del realismo del cammino che lo porta a morire in una piccola scuola di un paesino delle Ande Boliviane, non c'è dubbio che stiamo andando verso impressionanti livelli di disuguaglianza sociale ed un sistema finanziario senza controlli.
Secondo Oxfam, nel 2025, l' Inghilterra ritornerà agli stessi livelli di ingiustizia sociale dei tempi della regina Vittoria. A quell'epoca un filosofo sconosciuto, Karl Marx, scriveva nella biblioteca del British Museum le sue denunce contro lo sfruttamento di donne e bambini... Possiamo considerare folle ed avventuristico il cammino del Che, ma dobbiamo rispettare la sua forma di sacrificio personale. Ernesto Guevara era convinto se si fosse posto fine al cammino dello scontro con capitalismo, il risultato sicuro sarebbe stato il ritorno ad un epoca di sfruttamento e di ingiustizie.

La visione di questa inchiesta permetterà di vedere ? alle vittime disposte ad investire più di tre ore per vedere un materiale di cattiva qualità ? un mondo diverso. Un mondo del quale la politica significava idee e visioni, non efficienza amministrativa. Nella quale c'era gente disposta a morire per i suoi ideali, per sbagliati che fossero. Un mondo nel quale "giustizia sociale" e "solidarietà" erano parte del linguaggio politico, oggi invece eliminati. Un mondo nel quale i cittadini credevano che il cambio fosse possibile, e coloro che lo chiedevano, pensavano che i difensori dello status quo si reggevano solo grazie all'uso delle armi.

Oggi, purtroppo, lo status quo non ha più bisogno delle armi. È la che controlla lo status quo, l'arma più terribile della conservazione. È la mancanza di una politica di valori e di visione, che mantiene lo status quo. Viviamo In un mondo dove si spende di più in pubblicità per persona che in educazione,e dove il mercato è diventata il suo riferimento, non l'uomo.
Credo che alla fine della inchiesta scopriremo che dentro di ognuno di noi c'è un piccolo Che...E che la utopia non muore mai, dentro di noi... occorre solo svegliarla...

Roberto Savio

Los murginales

XXIII FESTIVAL DEL CINEMA LATINO AMERICANOConcorso Arcoiris TV - Premio del Pubblico in ReteKike è argentino e vive da cinque anni in Europa; Rachid è un belga-marocchino della terza generazione e William un belga di 64 anni. Suonano insieme ogni settimana nel gruppo Los Murginales, il primo insieme "murguero" del Belgio. Fu fondato alla fine del 2005 ad Amberes.La murga originale rioplatense appartiene alla cultura popolare ed è una maniera creativa di espressione e protesta contro l'emarginazione sociale. Ci sono più di 1000 persone che partecipano a differenti murgas e questa pratica inizia a diffondersi in altre città del Belgio.Paese: BelgioRegia: Andrés LübbertSceneggiatura: Andrés LübbertFotografia (colore): Andrés LübbertMontaggio: Andrés LübbertMusica: Los MurginalesAnno di produzione: 2007Per informazioni o acquisto del video scrivere a festivalatino@gmail.com
Visita il sito:
www.cinelatinotrieste.org

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Valsa para Bruno Stein

XXII FESTIVAL DEL CINEMA LATINO AMERICANOConcorso Arcoiris TV - Premio del Pubblico in Rete
In un luogo sperduto nel nulla, lontano persino dai piccoli villaggi dell'interno del Brasile,vivono Bruno Stein e la sua famiglia. Tre generazioni in conflitto. La nipote, Verónica, non vedel'ora di scappare via; Valeria, la nuora, cerca di rassegnarsi alla propria solitudine (suo marito, il figlio di Bruno,
è camionista e vive per gran parte del proprio tempo sulla strada); Bruno Stein non si aspetta dalla vita altro che la morte.Bruno giunse in Brasile con la famiglia dalla Germania all'indomani della seconda guerra mondiale. Tutta la sua vita è stataforgiata dai rigidi precetti della morale protestante. Il tempo è trascorso e non riesce ancora a trovare un proprio spazio all'internodella famiglia. Le nipoti lo ignorano, la moglie ormai non rappresenta molto per lui e, soprattutto, la paura della morte lo accompagnaogni giorno. Bruno cerca di farsi assorbire dal lavoro nella sua fabbrica di mattoni, con le sue sculture di fango, ma nulla riesce più a motivarlo.L'arrivo di un nuovo impiegato, Gabriel, che ai suoi occhi appare simbolicamente come un arcangelo,mette in moto vari cambiamenti in quella che sembrava ormai una vita senza scopo.
Regia: Paulo NascimentoSceneggiatura: Paulo NascimentoFotografia: Roberto LagunaMontaggio: Claudio FagundesMusica: André TrentoSuono: André FittoniInterpreti: Walmor Chagas, Ingra Liberato, Marcos Verza, Fernanda MoroProduttore: Paulo Nascimento, Marilaine Castro da Costa, Beto Rodrigues, Walmor Chagas, Roberto Laguna, Rosilda FreitasProduzione: Accorde Filmes in co-produzione con Panda Filmes e Be FilmesAnno di produzione: 2007
Visita il sito: www.cinelatinotrieste.org

Wichi, del monte y del Rio

XXII FESTIVAL DEL CINEMA LATINO AMERICANOConcorso Arcoiris TV - Premio del Pubblico in Rete
I Wichi sono approssimativamente 80.000 persone. Assieme ai Chulupies (circa 1.200 persone) ei Chorotes (circa 900) formano la famiglia dei Mataco-Mataguayo. Viveno a Salta, Formosa e Chaco, in Argentina.Anche in Bolivia e Paraguay. E' un popolo montano anche se occupa le periferie di villaggi comeIngeniero Jurez e Las Lomitas a Formosa, o Los Blancos e Embarcacion, a Salta. Oggi occupano terre marginali,
montagne in disfacimento a causa dell'abbattimento indiscriminato degli alberi, dell'installazione di insediamentipetroliferi che causano la perdita della fauna autoctona. A Formosa, le comunità dell'ovest hanno recuperato,in gran parte, il riconoscimento legale delle terre che occupano. Vivono in comunità situate nei pressi degliinsediamenti bianchi, in mezzo ai monti o sulla riva del Pilcomayo o Bermejo, con capi tradizionali e eletti dalla comunità.Condividono con altre etnie il risveglio dell'organizzazione della lotta per la terra. Partecipano con i loro rappresentanti
nello spazio riconosciuto dalle leggi dell'aborigeno. Molti di loro praticano la raccolta della frutta e del miele, cacciano e pescano.Altri lavorano il legno, tessono fibre vegetali o sono raccoglitori temporanei in campi altrui. Alcuni sono stati vittime del colera. A
causa dell'azione del bianco, delle sette religiose, della scuola comune e di altri aspetti, stanno perdendo la propria cultura di popolicacciatori o raccoglitori, anche se la maggioranza mantiene costumi radicati ed è pienamente dipendente dalla natura,conservando la ricca cosmovisione, la lingua e la medicina naturale delle origini.
Regia: Marina RubinoAnno di produzione: 2003
Visita il sito: www.cinelatinotrieste.org

NZINGA, Atabaques

XXII FESTIVAL DEL CINEMA LATINO AMERICANOConcorso Arcoiris TV - Premio del Pubblico in Rete
Le immagini e il ritmo delle navi dei negrieri che attraversavano l'oceano portando cumuli di corpiafricani da introdurre nel traffico di schiavi, l'attività con più alti profitti nel Brasile coloniale.Il film, apertamente dedicato a Nzinga M Bundi, regina africana di Matamba (eroina della resistenza inAngola nel 16 secolo), sottolinea il senso della resistenza culturale portata avanti nascostamente e in segreto,come la più grande conoscenza e forza della storia del popolo nero in Brasile. Vedremo due protagoniste: la figurasaggia di Mãe de Santo, custode della memoria africana e brasiliana, e l'iniziata Ana (ribattezzata poi Nzinga dallasacerdotessa del Candomblé), percussionista in cerca della conoscenza sulla scorta del "richiamo del tamburo",capace di un risveglio della coscienza nell'alveo di una grande avventura musicale.Il tamburo, infatti, ha sempre rappresentato il ritmo dei rituali di transizione: la nascita, la pubertà,il matrimonio e la morte, momenti in cui gli spiriti vengono richiamati come guida.Inizialmente si crea un cerchio di percussioni evocatrici della musica sacra che presto raggiungono un'esplosione di ritmo e poesia.Il Búzios (Oracolo africano, magico gioco di conchiglie) viene trattato come una terapia, capace di indirizzarel'anima di Ana, assetata di luce, verso la comprensione dei propri desideri in un momento di isolamentospirituale. Il film presenta stelle della musica popolare brasiliana come Naná Vasconcelos,Paulo Moura, Ilê Ayê, Banda Didá, Zé Neguinho do Coco, Lia de Itamaracá, gruppi di danza quali Bacnaré e Majê Molê...
Regia: Octávio Bezerra
Soggetto: Rose La Creta e Octávio Bezerra
Sceneggiatura: Rose La Creta Octávio Bezerra (collaborazione di Amílcar Claro)Diario Poetico: Elisa Lucinda
Fotografia: Hélio Silva e José Guerra
Montaggio: Sueli Nascimento
Musica (direzione): Naná Vasconcelos
Suono: Juarez Dagoberto
Interpreti: Taís Araújo, Lea Garcia, NanáVasconcelos, Paulão, Paschoal Villaboim, Mestre Leopoldina, Nestor Capoeira Gruposde dança Magê Mole e BacnaréProduttore: Rose La CretaProduzione: Olhar Feminino Produções LtdaAnno di produzione: 2006
Visita il sito: www.cinelatinotrieste.org

Welcome to New York

Welcome to New York è una serie di impressioni, un esperimento di etnografia invertita - da sud a nord - in cui i registi raccontano la loro irriverente e sarcastica visione della "Capitale del Mondo".
Tragedia e commedia si intrecciano con forti contrasti, mentre la telecamera percorre la città in cerca di esseri umani, animali, politica, moda, consignificati pertinenti e non, bellezza e morte. Tutto si svolge durante il periodo delle elezioni presidenziali del 2004, quelle in cui George W. Bush fu eletto di nuovo come Presidente degli Stati Uniti.
Tuttavia, Welcome to New York è essenzialmente una riflessione sull'uomo contemporaneo, sulla sua inevitabile natura animale e sul suo destino tragico. Invece di scomparire sotto la spessa cappa di civilizzazione, queste tematiche filosofiche acquisiscono un grande significato e protagonismo nella città più influente del mondo attuale.
Anno di Produzione: 2006 (Febbraio)
Produzione: Bettina Perut e
Ivan Osnovikoff

Fotografia: Pablo Valdés
Audio: Ivan Osnovikoff
Produzione: Bettina Perut
Edizione: Bettina Perut e Ivan Osnovikoff
Produzione Esecutiva: Bettina Perut e Ivan Osnovikoff
Produzione Esecutiva Axis: Giancarlo Cammarota ed Ernesto Faraco
Produzione Esecutiva Arcoiris TV: Rodrigo Vergara
Produzione Esecutiva Parox: Eduardo Lobos e Sergio Gándara
Casa di Produzione: Perut + Osnovikoff
Case di Co-produzione: Axis Associati, Arcoiris TV, Parox S.A.
Visita il sito:
www.perutosnovikoff.com

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ivan@perutosnovikoff.com